nel frattempo, a "beneficio" di tutti, ecco il testo completo, così come è pubblicato sul sito ENCI ( http://enci.it/rivista/articolo.php?...o=01&ordine=14 )
Storia e attualità del Tibetan Mastiff
Il Molosso di Aristotele
Per il filosofo greco era figlio di un cane e di una tigre Poco conosciuto è vittima di luoghi comuni
Nel 1121 a.c. nel libro degli animali della Cina viene descritto un cane di razza Ngao, molosso
gigantesco e feroce donato all’imperatore Wu-Wuang dal popolo LIU, a lui sottomesso, che viveva
ai confini del Tibet. Questa la prima testimonianza scritta di un molossoide di grande taglia adibito
alla guardia, ai primordi della civiltà orientale. Aristotele, filosofo greco del terzo secolo A.C, li
considerava come un incrocio tra un cane ed una tigre. Per ritrovarne testimonianze scritte bisogna
andare ai viaggi del nostro esploratore per antonomasia: Marco polo nel Milione li descrisse nel
capitolo genti cattive del Tibet “… dei cani mastini, grandi come asini che cacciano le belve feroci e
lo sono essi medesimi”. Il viaggio in Asia di Marco Polo doveva riservargli sorprese inimmaginabili
e tra esse l’incontro con i guardiani dei villaggi tibetani, grandi molossi dalla taglia impressionante,
che vigilavano sui beni, capanna e bestiame, quando gli uomini scendevano a valle . Il
denominatore comune delle descrizioni degli storici è la taglia impressionante e la ferocia di questi
cani, provate ad immaginare un viandante che si avventura sulle alture del Tibet ed intravede, legato
allo stallo degli armenti, un feroce guardiano che ruggisce in lontananza. Senza dubbio il suo timore
avrà accresciuto la taglia ed il carattere del cane. Se consideriamo poi l’altezza di un orientale del
17° secolo, ancora di più la stazza del cane, quest’ultima sarà sembrata impressionante. Il molosso
tibetano era detto “do-Khyi” cane da porta o da catena, era legato a guardia sull’uscio della casa dei
pastori sugli altopiani tibetani e scelto tra i più feroci ed i più robusti. Questo ci trasferiscono le
testimonianze del passato insieme a bassorilievi e sculture in terracotta, che ci danno un idea o
almeno ci trasmettono come l’animale veniva raffigurato. La componente immaginativa ha
ingigantito la percezione dei progenitori del tibetan mastiff così come raffigurati e descritti.
Emblematica è l’immagine famosissima del molosso assiro – babilonese, che sembra sia il
progenitore riconosciuto del nostro tibetan mastiff moderno. All’inizio del novecento i viaggiatori
che si avventurarono alle pendici dell’Himalaya trovarono molossi con varie morfologie e taglie tali
da non essere identificati come i discendenti del Molosso tibetano riprodotto sui bassorilievi e nelle
sculture. Nel 1774 Georgie Bogle, missionario inglese, si trovò a competere con i cani Tibetani che
descrisse come grandi e feroci. Li descrisse il grande zoologo Paul Megnin che parlò di cani
indomabili, importati in Francia nell’ottocento, ma tanto indomabili da essere morti senza
possibilità di essere allevati. Un conte austroungarico non ebbe miglior fortuna e il suo tibetano,
dopo numerose aggressioni alla sua famiglia, fu abbattuto. La riflessione che razze di cani autoctone
con una spiccata funzione dedicata ad un’attitudine ben definita, quale la guardia agli armenti su un
altopiano e con un carattere fermo e determinato, non possano essere trasferite in altri climi ed
ambienti totalmente agli antipodi di quelli d’origine e questo principio deve far crescere in noi la
convinzione che forzare la natura e la selezione ambientale degli organismi è un conto che si paga
nel tempo. Quante volte sentiamo di turbe nell’adattamento dei nostri cani domestici che vengono,
per moda del momento, inseriti in ambienti che non sono loro congeniali. Destiniamo cani da slitta
in monolocali senza spazi di tolleranza e senza attività fisica, molossoidi di gran taglia in mansarde
al centro delle città, che escono una volta al giorno, scendendo in ascensore o pastori tedeschi
perennemente dormienti sui divani che non lasciano più posto ai proprietari, ai quali ringhiano se
tentano di farsi posto. La funzione è frutto di selezione genetica ed ambientale che va rispettata.
Una razza è costruita morfologicamente per svolgere un lavoro ed è opportuno che di questo si
tenga sempre conto prima di adibirlo a funzioni innaturali. Il cane da pastore maremmano abruzzese
da secoli guardiano delle greggi, dai racconti fatti da pastori che andavano in transumanza, era
legato al gregge da un filo indissolubile e quando il gregge veniva venduto il fedele guardiano, pur
rivolgendo uno sguardo di commiato al suo pastore, senza esitazione, seguiva il suo gregge a cui era
indissolubilmente destinato. Il tetto del mondo divenne centro dell’interesse di tutti quando la Cina
invase il Tibet e il Dalai Lama inizio la sua campagna per la salvaguardia dei monasteri. Un nuovo
interesse si risvegliò anche per quest’antica razza che ritornò alla ribalta della cinofilia ufficiale e
venne identificata come il progenitrice di tutti i molossoidi diffusi in Occidente. La reincarnazione
nella filosofia Buddista divenne un ostacolo all’ esportazione dei cani tibetani in Occidente, infatti
ritenendo che nel corpo di un cane può trovarsi l’anima di un familiare, non fu semplice convincere
i mandriani tibetani a vendere un animale, in cui forse era ospitata l’anima del nonno o della zia.
Finalmente nel 1933 l’inglese Baylei riusci ad esporre al Cruft’s un esemplare di tibetano. Negli
anni settanta la prima cucciolata nacque in Svizzera ma il primato della qualità e della perseveranza
lo acquisirono gli olandesi, allevatori per tradizione, che selezionarono le migliori linee di sangue
orientali. Come tutte le razze rivisitate anche il mastiff tibetano risente dell’inserimento di più linee
di sangue di varia provenienza, ceppi cinesi frutto di ibridazione con altre razze, come ci ha
mostrato Francesco Caricato al convegno tenutosi dal Cim a Padova. L’allevatore italiano più
“antico” ha mostrato un reportage fotografico davvero sconcertante alla ricerca di antiche linee di
sangue tibetane, egli si è imbattuto in molti allevatori made in Cina che tentano di copiare il tipo
arcaico con immissioni di razze diverse. La vecchia Europa rispetta meglio la tradizione con
esemplari di eccellente qualità come le linee di sangue i Olandesi ed in particolare francesi; anche
gli allevatori italiani si stanno attestando su ottimi livelli di qualità, coordinati dalla attività del
CIM. Indubbiamente il tibetano moderno non si identifica pienamente nelle forme straordinarie del
suo progenitore ma senza dubbio il suo aspetto deve essere fiero e maestoso ed il suo carattere
indomito ma saggio, forse per il lungo periodo trascorso in odore di santità al fianco dei Lama
tibetani. Una razza davvero interessante che gode oggi dell’interesse degli appassionati cinofili ma
che va rispettata nella sua indole guardiana e di cane abbaiatore e che va inserita in un habitat
idoneo che ne rispetti le qualità caratteriali e morfologiche per fare in modo che renda al meglio
tutte le potenzialità intrinseche.
Nicola Imbimbo


Rispondi Citando





)] 